Il maestro Renato Zagatti: una vita per la scuola

di Galileo Roda

La morte s’è portato il mio amico più caro. Ma tu non sei morto, Renato! Ora non passerò più da casa tua a scambiare il veloce settimanale saluto. Perché tu eri pronto e disponibile nelle ore più impensate. Quasi sempre per mio bisogno: la messa in contatto con amici, un recapito, una notizia da reperire, un dubbio da chiarire, una bozza da correggere, uno scritto da controllare, il giudizio su un libro terminato dopo infinito patire da sottoporre ad implacabile esame per quanto riguarda verosimiglianza, congruenza e concordanza con grammatica e sintassi.
Non hai tradito mai le mie aspettative. Di amici interessati come me ne facevano capo tanti alla tua casa. Invariabilmente graditi, stimati, considerati. La tua accoglienza era per tutti aperta, costante, risolutiva. Specialmente dopo il pensionamento tuo e di Clara la vostra casa è stata il punto in cui si è fatto e detto tanto in favore della cultura e del sapere relativi alla nostra zona. Innumerevoli persone fra gli studiosi dei gruppi impegnati nella redazione delle nostre riviste locali (Sestola, Fanano, Montese, Castel d’Aiano, Porretta, persino Castiglione, San Benedetto e Sasso Marconi) sono state ospiti vostri. A cominciare dalla prima d’essi La Mùsola, che ebbe da parte tua una dedizione inferiore forse soltanto a quella del suo fondatore. E chiudo con analogo giudizio per Gente di Gaggio.
Eri il primo a farti ricordare agli altri con le cartoline durante i tuoi amati soggiorni al mare. Immancabili gli auguri da parte tua per le ricorrenze. Non eri formalista; tuttavia non negavi mai la tua collaborazione di umile segretario nei collegi e nei consigli scolastici. Già colleghi nel ruolo nello stesso circolo, mi hai avuto come superiore gerarchico nella scuola, offrendomi la collaborazione più completa e un rispetto superiore al merito. Come collega o come amico nessuno può lamentare da parte tua una risposta sgarbata o insofferente. Nessuno ti ha visto mai irato o di cattivo umore. Eri mite, consapevole, ma di tempra morale straordinaria. Lungi dalle ipocrisie e da ogni infingimento, straordinariamente tollerante nei confronti delle idee altrui. Per questo non avevi nemici. Per questo avevi tanti amici.
La natura ti aveva fatto bello, grande, forte. Tale sei rimasto nella virilità durante l’insegnamento. Tale eri stato durante la promettente giovinezza dei tuoi studi e dei tuoi concorsi dalla Bologna nostra alla montagna del Belvedere. Divenuto secondo ogni buon diritto maestro, tale sei voluto restare, nonostante la cultura immensa che ti eri fatto come lettore e studioso. Così resterai. Il maestro.
Ti eri fatto la famiglia con Clara. Una bella famiglia. Con tre figli che hanno toccato il sommo della cultura.
Sarebbe stato giusto per te godere in posizione invidiabile il premio del molto che hai dato e seminato nel corso della vita. Ma no! Interviene il destino.
Insensato. Ingiusto. Crudele. Non una ragionevole giornata la tua: privato inopinatamente delle ore radiose e serene del tramonto, dopo averne goduto un modesto assaggio. Mentre tutti facevamo voti per te, alla tua vita è mancata la quiete e la gioia dell’autunno con la raccolta dei frutti giunti a maturazione. La metafora della vita non cambia, l’ingiustizia resta ugualmente intollerabile.
Eppure tu la tua parte l’avevi fatta sempre bene, con scrupolo, da persona seria.
Elevare le sorti del popolo, dei diseredati, dei non abbienti è stato il tuo ideale politico e sociale. Capire a fondo come uomo i problemi dell’esistenza l’assillo tuo di pensatore. Al riguardo ci siamo confrontati tante volte. Nella tua come nella mia famiglia la concezione cattolica della vita era stata ritenuta una favola, la pratica cristiana cui all’epoca veniva avviata la maggioranza dismessa e rifiutata. Ideali la verità e la scienza nei confronti della superstizione; l’impegno morale e civile più severo nei confronti del bigottismo e della piaggeria.
Un giorno discutemmo Epicuro e segnatamente la sua teoria della morte. Asserisce il filosofo che la morte non esiste: quando ci siamo noi non c’è essa. Quando lei c’è non ci siamo più noi. Non mi piace essere beffato dai sofismi di nessun filosofo: se il detto non risalisse a prima di Cristo bensì all’epoca della rivoluzione francese potrei dire che non ci si può liberare di un problema con una boutade. Prendendo atto della mia natura d’uomo, mi accontento di concludere che non sono al momento in grado di sapere la verità. Tu l’avevi la tua verità. E avevi il coraggio di guardarla in volto. Così com’è. Senza illusioni, speranze non provate, tentennamenti consolatori. Io invece mi sento contrario a non credere, non riesco a rinnegare completamente le favole e i miti. In mancanza di argomenti definitivi.
Finché nel tuo corpo martoriato c’era l’anima, c’era la vita. (Tra parentesi sappi che io - tuo amico – vedendoti soffrire, ti ho augurato la morte!). Quando il tuo corpo non è stato più in grado di offrire un conveniente ospizio, l’anima, la vita, non poteva semplicemente sciogliersene senza morire? Ripeto: l’anima, la vita.
Senza prova alcuna ogni gente ogni epoca ha immaginato la vita d’oltretomba. Compreso il nostro sommo Dante. Inferno. Purgatorio. Paradiso. L’anima immortale – comunque - non ha bisogno di spazi né di luoghi.
Renato, per questo ho scritto all’inizio che tu non sei morto. Liberato di un’assurda sofferenza, perché non puoi essere rimasto fra noi a continuare l’inferno-purgatorio-paradiso avviato da oltre settant’anni fra Bologna e Gabba dandoti ora da fare perché la tua nipotina inciampando non si faccia male su è giù per la problematica scalinata che porta alla tua casa di montagna? Perché non puoi essere rimasto – pur nelle ignote forme del nuovo stato – nei luoghi del nostro Belvedere, disponibile come sempre agli amici restati da questa parte? Ricordati che se c’è un uomo che merita di non morire quello sei tu.
P. S. Un evento straordinario conferma le mie speranze: telefonando al tuo recapito telefonico bolognese la tua voce chiara e limpida come non mai mi chiede di lasciare un messaggio. Non sei morto, Renato!